Un libro acquistato in libreria non era soltanto un insieme di pagine: era un oggetto da conservare, da rileggere, da prestare a un amico, da ritrovare anni dopo su uno scaffale.
Un disco non era soltanto musica: era una copertina (talvolta vera arte), un libretto, un’immagine, un momento preciso della propria vita.
Un film acquistato in formato fisico non era soltanto una sequenza di dati: era qualcosa che entrava nella propria collezione.
Un videogioco non era soltanto un programma: era una scatola, un supporto, un ricordo legato all’infanzia, all’adolescenza o a una particolare fase della vita.
Per decenni abbiamo dato per scontata una cosa fondamentale: quando pagavamo per qualcosa, quella cosa diventava nostra.
Poi è arrivata la rivoluzione digitale.
Ci è stato promesso un mondo più comodo, più veloce, più efficiente. Una biblioteca infinita nel palmo della mano. Un archivio musicale senza limiti. Film disponibili in ogni momento. Videogiochi acquistabili senza uscire di casa. Una promessa straordinaria. O forse è stata una illusione.
Insieme alla comodità è arrivato un cambiamento profondo, quasi invisibile: abbiamo smesso lentamente di possedere gli oggetti culturali e abbiamo iniziato ad avere soltanto il permesso di accedervi seppur pagando.
Ed è qui che nasce una delle più grandi ingiustizie dell’era digitale. Perché il consumatore continua a pagare, ma ha sempre meno controllo su ciò che acquista.
Una persona può spendere denaro per un contenuto digitale e scoprire un giorno che quel contenuto non è più disponibile. Può costruire negli anni una collezione virtuale e vedere una parte di essa scomparire per decisioni che non dipendono minimamente da lei. Può credere di avere acquistato qualcosa, quando in realtà ha ottenuto soltanto una licenza legata a condizioni stabilite da altri.
Immaginiamo una situazione nel mondo reale: acquistiamo una libreria piena di romanzi, una collezione di film o una grande raccolta musicale.
Un giorno qualcuno entra in casa e porta via alcuni pezzi perché sono cambiate delle autorizzazioni commerciali. Sarebbe considerata un’ingiustizia evidente. Eppure, nel mondo digitale, questa possibilità è diventata quasi normale.
Il consumatore, anche se non sempre, ha accettato progressivamente una perdita di diritti che nel mondo fisico sarebbe sembrata impensabile.
E forse uno degli aspetti più curiosi di questa trasformazione riguarda proprio le generazioni.
Per chi è cresciuto prima della completa digitalizzazione, la differenza è evidente.
Le persone adulte, quelle che hanno vissuto il passaggio dal mondo analogico a quello digitale, hanno sperimentato entrambi i sistemi. Hanno conosciuto il valore concreto di possedere qualcosa. Hanno avuto scaffali pieni di libri, custodie di dischi, cassette, fotografie stampate, collezioni di film e videogiochi.
Sanno cosa significa scegliere un oggetto, comprarlo, portarlo a casa e sapere che rimarrà lì.
Per queste persone il cambiamento è stato uno shock culturale ed è inaccettabile. Hanno visto un mondo in cui il consumatore era proprietario trasformarsi in un mondo in cui il consumatore è spesso - ormai - soltanto un abbonato, un utente, un account.
Hanno assistito alla trasformazione della collezione personale in una serie di icone dentro uno schermo. Esempio lampante sono i vecchi album fotografici. Oggi nei nostri telefoni abbiamo migliaia e migliaia di foto che neanche guardiamo.
Le nuove generazioni, invece, sono nate dentro questo sistema.
Per molti giovani il concetto di possesso fisico di musica, film o videogiochi può sembrare quasi estraneo. Sono cresciuti in un mondo dove tutto è disponibile immediatamente in formato digitale: si ascolta ciò che si vuole, si guarda ciò che si vuole, si scarica ciò che serve, spesso senza chiedersi dove quel contenuto sia realmente conservato e chi ne controlli l’esistenza.
Non è una loro colpa: è semplicemente il mondo che hanno conosciuto.
Ma proprio per questo il rischio è che non si percepisca nemmeno ciò che è andato perduto.
Una generazione abituata all’accesso potrebbe non rendersi conto che un giorno un catalogo può cambiare, un servizio può chiudere, un contenuto può sparire. Potrebbe sembrare normale che qualcosa pagato oggi non sia più disponibile domani.
E invece non dovrebbe essere normale. Le nuove generazioni sono state abituate a non possedere e a non reclamare il possesso. E molte multinazionali ne hanno approfittato. Ovvio.
La comodità non può cancellare il principio della proprietà.
Il problema non è il digitale. Sarebbe assurdo negare i suoi enormi vantaggi. Il digitale ha democratizzato l’accesso alla cultura, ha permesso di scoprire opere lontane, ha ridotto barriere e costi.
Il problema nasce quando il progresso tecnologico diventa una scusa per togliere certezze e diritti al consumatore.
Un abbonamento è una cosa chiara: pago per un servizio finché quel servizio esiste.
Ma un acquisto dovrebbe essere un’altra cosa.
Quando pago per un film, un libro, un album o un videogioco, devo avere il diritto di conservarlo. Devo almeno poterlo scaricare sul mio dispositivo. Devo poterlo archiviare e conservarlo. Devo poterlo utilizzare senza dipendere per sempre da un sistema esterno. Se il prodotto fosse tutelato da diritti o leggibile solo su supporti originali (videogames) allora dovrebbe essere consegnato a chi lo ha comprato.
Il consumatore non dovrebbe essere il custode temporaneo di qualcosa che ha pagato.
Dovrebbe esserne il proprietario.
Questo principio è ancora più importante se guardiamo al futuro.
Il rischio è creare una cultura usa e getta, dove opere intere possono scomparire perché non sono più convenienti da mantenere. Una generazione futura potrebbe non avere accesso a una parte della produzione culturale del nostro tempo semplicemente perché non esiste più un supporto indipendente che la conservi.
I supporti fisici avevano un valore che andava oltre il semplice utilizzo.
Erano archivi. Erano testimonianze. Erano una forma di memoria privata e collettiva. Oggi, invece, la memoria può essere controllata da aziende.
Un vecchio libro ritrovato in soffitta racconta una storia anche attraverso le sue pagine consumate. Un vecchio disco racconta un’epoca attraverso la copertina e gli oggetti che lo accompagnano. Una vecchia console con i suoi giochi racconta momenti di vita vissuta.
Un file dentro un sistema chiuso, invece, rischia di essere soltanto qualcosa che esiste finché qualcuno decide di mantenerlo accessibile. Potrebbe persino decidere di farlo sparire per il proprio interesse.
La soluzione non deve essere necessariamente un ritorno totale al passato. Il futuro può e deve essere digitale, ma deve restituire dignità al concetto di proprietà.
Il consumatore dovrebbe poter scegliere: abbonamento per l’accesso temporaneo oppure acquisto con possibilità reale di conservazione.
Niente ambiguità. Niente false promesse. Niente prodotti venduti come eterni quando in realtà dipendono da autorizzazioni che possono cambiare.
La tecnologia più giusta non è quella che ci offre tutto per un momento.
È quella che ci permette di conservare ciò che abbiamo scelto.
Perché una società che non possiede più nulla rischia anche di non conservare più nulla.
E quando perdiamo la capacità di custodire le nostre storie, i nostri ricordi e la nostra cultura, perdiamo qualcosa di molto più importante di un semplice oggetto.
Perdiamo un pezzo della nostra libertà.
I consumatori pagano: devono avere il prodotto che comprano non l'accesso temporaneo ad uno store o ad una piattaforma di streaming.
Staff
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