Mentre l'Occidente affronta la crisi della sicurezza urbana l'analisi dei modelli migratori nel Sud globale rivela che i migranti pretendono da noi quei diritti che loro, nei paesi di provenienza, non concedono.
Il dibattito contemporaneo sulle migrazioni di massa soffre da tempo di una profonda distorsione di prospettiva, che attribuisce all'Europa obblighi di accoglienza ed elasticità giuridiche del tutto estranei al resto del mondo.
Analizzando con rigore scientifico il funzionamento dei sistemi di gestione dei profughi in Africa e in Asia, emerge un quadro improntato a un pragmatismo radicale, dove la sovranità nazionale e la tutela delle scarse risorse interne azzerano qualsiasi concessione ideologica.
Paesi come il Senegal, il Ghana e la Nigeria affrontano flussi significativi legati all'instabilità regionale e alle infiltrazioni terroristiche, ma la loro risposta non prevede programmi di inserimento sociale o paracadute economici. L'assistenza, laddove esiste, è delegata quasi interamente alle organizzazioni internazionali e confinata in strutture temporanee che non offrono prospettive di stabilizzazione permanente.
Una dinamica simile si riscontra in Burkina Faso e nella Repubblica Democratica del Congo, dove la vulnerabilità strutturale dello Stato preclude in partenza qualsiasi forma di welfare per i non cittadini, limitando l'intervento a un mero contenimento emergenziale.
La severità dei modelli diventa ancora più esplicita risalendo la sponda sud del Mediterraneo e spostandosi verso l'Asia.
Il Marocco e la Tunisia, aree cruciali di transito e di stanziamento per i flussi subsahariani, adottano politiche di sicurezza intransigenti per difendere i propri equilibri demografici ed economici. La Tunisia, in particolare, ha manifestato una forte insofferenza sociale e politica verso la permanenza irregolare degli stranieri, chiarendo come i paesi in via di sviluppo non siano disposti a tollerare pressioni sui propri territori.
In Egitto, pur a fronte di una massiccia presenza di profughi sudanesi e mediorientali inseriti nel tessuto urbano, lo Stato non garantisce alcuna forma di sussidio o assistenza sanitaria pubblica, costringendo le comunità migranti a basarsi esclusivamente sulle proprie reti economiche e familiari.
Questo approccio securitario raggiunge l'apice in Pakistan, India e Bangladesh, dove la gestione di imponenti masse di sfollati, come i Rohingya nel caso del territorio bengalese, si traduce in isolamento in aree sorvegliate o in espulsioni forzate, senza alcuna concessione ai diritti di stabilizzazione.
In questo vasto panorama geopolitico, che include anche i ricchi Stati musulmani del Medio Oriente, la concessione della cittadinanza è di fatto un tabù. Nessuno dei paesi citati, né le monarchie del Golfo né le repubbliche nordafricane o asiatiche, permette una naturalizzazione facile.
Le leggi nazionali sono rigidamente ancorate al principio dello ius sanguinis, proteggendo l'identità culturale e l'omogeneità sociale da qualsiasi alterazione esterna.
Il mito di una solidarietà automatica basata sulla comune appartenenza continentale o religiosa viene smentito dai fatti, come dimostra in modo lampante il Sudafrica. Nel paese australe, la xenofobia e l'afrofobia contro gli immigrati provenienti da altre nazioni africane, accusati dalle popolazioni locali di saturare il mercato del lavoro e le infrastrutture, sfociano regolarmente in violenze collettive, aggressioni di piazza e distruzioni di attività commerciali, evidenziando che il rifiuto dell'immigrazione incontrollata è una reazione universale alle pressioni demografiche.
Il contrasto con lo scenario europeo e italiano mette in luce una totale asimmetria nelle pretese e negli esiti sociali.
In Europa i nuovi arrivati avanzano istanze immediate di accesso a alloggi popolari, sussidi di disoccupazione, assistenza sanitaria universale, istruzione gratuita e sostegno economico continuativo.
Questo modello di welfare esteso, sostenuto dai contribuenti locali, mostra evidenti segni di insostenibilità finanziaria e sociale. A gravare sulla tenuta del sistema si aggiunge una pressante emergenza di ordine pubblico, legata all'incidenza statistica di frange di immigrati in reati di natura predatoria e violenta, che vanno dallo spaccio di stupefacenti nelle aree urbane alle rapine, fino agli scippi, alle aggressioni fisiche e agli stupri
La reazione politica a questa deriva ha ridisegnato il panorama europeo, portando alla ribalta figure come il generale Roberto Vannacci in Italia, le cui tesi intercettano il consenso di un elettorato che chiede il blocco dei costi assistenziali e il ripristino della legalità, ponendo al centro dell'agenda il principio della remigrazione e dei rimpatri sistematici dei soggetti privi di titolo o socialmente pericolosi.
Staff
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