Fu un’alleanza temporanea tra soggetti ideologicamente lontani — religiosi, nazionalisti, liberali, studenti e organizzazioni marxiste — accomunati da un obiettivo immediato, la caduta del regime monarchico. Il modo in cui quell’alleanza si dissolse, con la progressiva eliminazione della sinistra da parte del nuovo potere islamico, è oggi spesso evocato nel dibattito europeo sul rapporto tra progressismo, multiculturalismo e islam politico.
Negli anni Sessanta e Settanta l’Iran guidato da Mohammad Reza Pahlavi stava vivendo una modernizzazione accelerata. La cosiddetta “Rivoluzione Bianca” introdusse industrializzazione, riforma agraria, alfabetizzazione e ampliamento dei diritti femminili. Allo stesso tempo, però, il sistema politico divenne sempre più centralizzato e repressivo. La polizia segreta SAVAK fu accusata di controllo capillare dell’opposizione, arresti arbitrari e torture. A una parte crescente della popolazione il regime appariva autoritario, distante e troppo vicino agli interessi occidentali, soprattutto americani.
Fu in questo contesto che nacque una coalizione anti-scià sorprendentemente eterogenea. Attorno alla figura religiosa di Ruhollah Khomeini si raccolsero componenti profondamente diverse. La sinistra iraniana — dal Partito Tudeh ai Fedayin del Popolo — interpretò il clero sciita come una forza popolare e antimperialista capace di abbattere la monarchia e ridurre l’influenza statunitense nel Paese. Anche i Mujaheddin del Popolo, movimento nato da una sintesi tra riferimenti islamici e retorica rivoluzionaria, contribuirono alla mobilitazione.
Tra il 1978 e il 1979 la protesta si estese fino al collasso della monarchia. Quando lo scià lasciò l’Iran nel gennaio 1979 e Khomeini rientrò dall’esilio poche settimane dopo, nelle piazze convivevano slogan religiosi, socialisti e nazionalisti. Ma quell’alleanza si fondava soprattutto sull’opposizione al nemico comune, non su un progetto condiviso di società.
La frattura emerse rapidamente. Dopo il referendum che istituì la Repubblica Islamica nel 1979 e l’approvazione della nuova Costituzione basata sul principio del velayat-e faqih — il primato politico del giurista islamico — il clero consolidò progressivamente il controllo dello Stato. Tra il 1980 e il 1983 prese forma una vasta marginalizzazione degli ex alleati laici e marxisti. Le università furono investite da una “rivoluzione culturale” destinata a islamizzare istruzione e spazio pubblico; il Partito Tudeh, inizialmente favorevole al nuovo regime, venne smantellato; i Mujaheddin del Popolo entrarono in aperto conflitto con il potere clericale e subirono una repressione durissima, con arresti, esecuzioni e migliaia di esiliati.
Uno degli aspetti centrali del nuovo ordine politico riguardava il ruolo della religione nella vita pubblica. La Repubblica Islamica costruì un sistema nel quale diritto, morale e organizzazione sociale venivano orientati dall’interpretazione religiosa sciita. In questo contesto la sharia divenne un riferimento giuridico rilevante in vari ambiti della vita civile e penale, il calendario religioso islamico acquisì centralità istituzionale e norme su abbigliamento, comportamento pubblico e ruolo sociale delle donne furono ridefinite secondo un impianto confessionale. La rivoluzione iraniana mostrò così come un movimento nato anche con il contributo di forze laiche potesse evolvere verso una forma di Stato in cui religione e politica risultavano strettamente intrecciate.
È da questa esperienza che nasce oggi un dibattito europeo sul rapporto tra democrazie liberali e islam politico. Con questa espressione non si indica l’Islam come religione praticata da milioni di cittadini europei, ma quei movimenti che ritengono la religione debba orientare direttamente l’organizzazione politica e sociale. Alcune correnti islamiste sostengono, in misura diversa, una maggiore centralità della sharia nella vita pubblica, una regolazione religiosa di aspetti civili e una visione della società fondata su norme confessionali.
In Francia, Germania e Regno Unito il confronto riguarda questioni molto concrete: laicità dello Stato, libertà di espressione, scuole religiose, ruolo delle donne, radicalizzazione, richieste di accomodamento culturale e rapporto con simboli storici delle società europee. Parte del dibattito investe anche controversie su crocifissi, presepi, festività religiose, menù confessionali, abbigliamento religioso, spazi separati e rapporto con tradizioni di matrice cristiana che sono la base dell'identità culturale europea e italiana. Alcuni movimenti islamisti hanno contestato simboli cristiani o sostenuto modelli comunitari più separati; altre comunità musulmane convivono invece con tali tradizioni senza rivendicare incompatibilità.
In Italia il tema emerge soprattutto nel confronto su immigrazione, cittadinanza, costruzione di moschee, rappresentanza delle comunità musulmane e mobilitazioni pubbliche sul conflitto israelo-palestinese. Alcuni osservatori interpretano la partecipazione congiunta di associazioni musulmane e settori della sinistra a manifestazioni pro-Gaza come una convergenza su diritti umani, antirazzismo e politica estera; altri leggono questa vicinanza come il rischio di sottovalutare componenti dell’islam politico considerate incompatibili con principi liberaldemocratici.
Una delle tensioni più discusse riguarda il rapporto tra movimenti progressisti europei — spesso impegnati nella promozione dei diritti LGBTQ+, del riconoscimento delle identità di genere, del matrimonio egualitario e delle politiche anti-discriminazione — e alcune correnti dell’islam politico, generalmente portatrici di visioni religiose conservatrici su famiglia, sessualità e ruoli di genere. In molte interpretazioni tradizionali della sharia, l’omosessualità viene moralmente condannata e il modello familiare resta fortemente normativo. Da qui nasce una domanda politica spesso discussa: fino a che punto alleanze costruite su battaglie comuni — come antirazzismo, inclusione o difesa delle minoranze — possano convivere con differenze profonde sul significato di libertà individuale, diritti civili e rapporto tra religione e Stato.
Dai fatti dell'Iran deriva una domanda politica attuale: quanto può durare un’alleanza fondata su un obiettivo comune quando le idee di società, diritto e libertà individuale sono profondamente differenti?
Per molti sostenitori del centrodestra italiano la sola idea di cedere potere politico all'islam non è neppure da prendere in considerazione proprio perché c'è un precedente storico come l'Iran e perché quanto accade nel Regno Unito, ad esempio, è sotto gli occhi di tutti.
Staff
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