Sui social, piattaforme su cui stuoli di imbecilli hanno diritto di parola, impazzano le teorie sul chi abbia voluto far pagare di più "gli italiani". Una marea di sciocchezze cui, però, è bene porre freno.
C'è chi inventa, forse in malafede, e parla di "nuova tassa del Governo Meloni", chi sostiene che siano già entrati in vigore i 2 euro sui mini-pacchi e chi, invece, parla di nuovi dazi europei.
La realtà è più complessa e le teorie contro il governo sono fake news.
Oggi convivono due misure diverse, spesso confuse tra loro, ma che hanno origine, natura e tempi di applicazione differenti.
La prima misura: il contributo europeo da 3 euro
Dal 1° luglio 2026 è entrato in vigore un contributo europeo sulle spedizioni di basso valore provenienti da Paesi extra UE, come la Cina. Si tratta di una misura prevista nell'ambito della riforma del sistema doganale europeo, con l'obiettivo di finanziare i maggiori costi di controllo delle milioni di spedizioni che ogni anno arrivano nell'Unione.
È questo il motivo per cui molti utenti hanno visto comparire su Temu un costo aggiuntivo di circa 3 euro. In alcuni casi all'importo si aggiunge anche l'IVA, per cui l'addebito può arrivare a circa 3,66 euro.
Alcuni consumatori hanno inoltre notato che il contributo compare più volte nello stesso ordine. Questo accade perché l'importo può essere applicato in relazione alle diverse categorie merceologiche dichiarate nella pratica doganale e non semplicemente al numero dei pacchi. Quindi 3 euro + IVA per categoria di prodotto. Compri un orologio e una chiavetta usb? 6 euro + IVA.
L'Europa non indugia quando si tratta di mettere le mani in tasca ai propri cittadini.
La seconda misura: il contributo italiano da 2 euro
Diverso è il contributo amministrativo da 2 euro previsto dall'Italia per le spedizioni extra UE di valore inferiore a 150 euro.
Questa misura non nasce da una decisione dell'Unione europea, ma da una norma nazionale introdotta per contribuire a coprire i costi sostenuti dall'Agenzia delle Dogane nelle operazioni di sdoganamento dei mini-pacchi.
Inizialmente l'entrata in vigore era prevista per il 1° luglio 2026. Successivamente il Governo ha deciso di rinviarla al 1° ottobre 2026, evitando così che il nuovo contributo europeo da 3 euro e quello nazionale da 2 euro entrassero in vigore contemporaneamente.
Di recente Lega e Forza Italia hanno chiesto un ulteriore slittamento della misura, proponendo di rinviare l'entrata in vigore del contributo italiano dal 1° ottobre 2026 al 1° ottobre 2027.
C'è da dire, rispetto alle fake news che girano sui social, che il contributo non è ancora entrato in vigore. Chiaro per tutti o serve un disegnino?
È colpa del Governo italiano o dell'Europa?
Anche su questo punto sui social circolano molte informazioni imprecise.
Il contributo da 3 euro deriva da una decisione adottata a livello europeo nell'ambito della riforma doganale dell'Unione. Non è una misura introdotta autonomamente dal Governo italiano. E può essere applicato più volte nello stesso ordine (in quanto dipende dal numero di categorie di prodotto acquistate).
Il contributo da 2 euro, invece, è una misura nazionale prevista dall'Italia. È quindi corretto dire che ha origine in una scelta dello Stato italiano, anche se il Governo ne ha già disposto un primo rinvio e ora una parte della maggioranza chiede di posticiparne ulteriormente l'applicazione. Si applica una volta soltanto su pacchi da valore di meno di 150 euro.
Confondere le due misure porta a conclusioni sbagliate: i 3 euro e i 2 euro non sono la stessa cosa e non hanno la stessa origine.
Perché l'Unione Europea ha deciso di intervenire?
Negli ultimi anni il numero dei piccoli pacchi provenienti soprattutto dalla Cina è cresciuto in modo esponenziale. Ogni giorno arrivano nell'Unione milioni di spedizioni di basso valore, con un notevole impatto sui controlli doganali e sulla concorrenza con i commercianti europei.
L'obiettivo dichiarato della riforma è rafforzare i controlli, finanziare il sistema doganale e rendere più uniforme il trattamento delle merci importate da piattaforme extraeuropee.
Ancora una volta i social network si dimostrano piattaforme in cui circolano una miriade di fake news (da quelle sulle meraviglie cinesi e quelle sulla Russia per dirne un paio). Si evince che tante persone non hanno strumenti culturali idonei per difendersi dalle false notizie.
Staff
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