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C'è un modo diverso di guardare a quello che sta accadendo intorno allo Stretto di Hormuz. Mentre Iran e Stati Uniti prendono, e perdono, tempo l'Europa paga il prezzo della crisi.
 


 

Non soltanto attraverso le dichiarazioni di Trump, le minacce dell'Iran o il movimento delle petroliere, ma osservando chi vende energia a chi, chi può fare a meno di determinati mercati e chi, invece, non può permettersi di rimanere senza petrolio e gas.


Ed è proprio da questa prospettiva che la crisi di Hormuz assume un significato molto più ampio.
Perché mentre Stati Uniti, Russia e Cina dispongono, ciascuno con caratteristiche diverse, di strumenti per proteggere i propri interessi energetici ed economici, l'Europa appare ancora una volta come l'anello più esposto.

Non significa che esista un disegno comune tra Washington, Mosca e Pechino. Al contrario: gli interessi delle tre potenze sono profondamente diversi e spesso contrapposti. Ma proprio per questo è interessante osservare come strategie differenti possano produrre conseguenze che finiscono per mettere sotto pressione lo stesso soggetto: l'Europa.

La geografia energetica mondiale è cambiata profondamente.

La Russia, dopo la rottura con l'Europa provocata dalla guerra in Ucraina e dalle successive sanzioni, ha spostato una parte sempre maggiore delle proprie esportazioni verso Oriente. Cina e India sono diventate acquirenti fondamentali del petrolio russo.

L'Iran ha trovato nella Cina il principale mercato per il proprio petrolio. Pechino, nonostante la pressione americana, continua ad avere interesse a mantenere accesso al greggio iraniano e a tutte le altre fonti energetiche disponibili.

Gli Stati Uniti, invece, possono contare su una produzione interna enorme e sono diventati negli ultimi anni uno dei principali protagonisti del mercato mondiale dell'energia.

E l'EuropaL'Europa importa. Importa petrolio, importa gas, importa energia e, dopo aver ridotto drasticamente la dipendenza dalla Russia, ha dovuto costruire in fretta una nuova rete di approvvigionamenti.
Una parte crescente di questa rete passa proprio dagli Stati Uniti.
È stata una scelta obbligata dalla situazione geopolitica. Ma ogni scelta obbligata produce una nuova dipendenza.
 


 

Ed è qui che entra in gioco lo Stretto di Hormuz.
Hormuz non deve necessariamente essere completamente chiuso per provocare un terremoto sui mercati. È sufficiente che il traffico diventi difficile, imprevedibile e rischioso.

Le compagnie devono pagare assicurazioni più costose. Le navi devono modificare le rotte. Le raffinerie devono cercare fornitori alternativi. Gli importatori devono competere per le poche forniture disponibili.

E il prezzo sale. Quando il petrolio passa da 70 a 90 o 100 dollari, il problema non riguarda soltanto il prezzo della benzina. Riguarda tutto: trasporti, industria, chimica, acciaio, agricoltura, logistica. L'energia entra nel costo praticamente di ogni prodotto.
E una delle economie che rischia maggiormente di pagare questo conto è proprio quella europea.

È qui che la politica di Donald Trump diventa particolarmente interessante. Trump non ha bisogno di aver provocato la crisi di Hormuz per poterla sfruttare. È sufficiente che sappia utilizzarla.

Una crisi energetica mediorientale rende infatti più preziosa l'energia proveniente da altre aree del mondo. E gli Stati Uniti sono nella posizione migliore per occupare una parte di quello spazio.
Più il Golfo diventa rischioso, più il petrolio e soprattutto il gas americano acquistano valore strategico.

Per l'Europa significa avere bisogno ancora di più degli Stati Uniti. Ed è difficile non vedere il paradosso. L'Europa ha cercato di liberarsi dalla dipendenza energetica dalla Russia e, per farlo, ha aumentato fortemente il ricorso alle forniture americane.

Ora una crisi nel Golfo Persico rischia di rafforzare ulteriormente quella dipendenza. Per Washington può essere un vantaggio enorme. Non soltanto economico. Anche politico.

Un'Europa che ha bisogno dell'energia americana, della tecnologia americana e della protezione militare americana dispone di meno spazio per contrattare con Washington da una posizione di forza.
 


 

Vladimir Putin, nel frattempo, ha già compiuto una trasformazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata quasi impossibile.
La Russia ha progressivamente spostato verso Oriente il proprio mercato energetico.
Il petrolio che prima guardava soprattutto all'Europa ha trovato nuovi compratori in Asia. Cina e India sono diventate fondamentali.
Questo significa che Mosca può permettersi di guardare alla crisi europea con una prospettiva diversa.
Un'Europa alle prese con energia cara, inflazione, difficoltà industriali e contemporaneamente costretta ad aumentare le spese militari è un'Europa più deboleE un'Europa più debole significa anche una minore capacità di esercitare pressione sulla Russia. Per il Cremlino, quindi, il problema non è necessariamente tornare a vendere all'Europa quanto vendeva prima della guerra.
Il problema è evitare che l'Europa possa tornare a essere una potenza economica capace di condizionare Mosca.
 


 

La Cina si trova in una posizione ancora più particolare.
Pechino ha bisogno di petrolio e gas a prezzi competitivi. Ma ha anche bisogno dell'Europa come grande mercato per la propria produzione industriale. Il petrolio iraniano rappresenta una parte importante di questa equazione.
Se Washington riesce a ridurre le esportazioni iraniane, la Cina deve cercare altri fornitori.
Può rivolgersi maggiormente alla Russia. Può aumentare gli acquisti da altri Paesi. Può utilizzare le proprie riserve. Ogni sostituzione, però, ha un costo.
E soprattutto ogni crisi energetica spinge Pechino ad accelerare una strategia che sta già perseguendo da anni: ridurre la propria dipendenza dall'esternoLa Cina ha la capacità industriale e finanziaria per farlo.
L'Europa molto meno.
 


 

A questo punto la domanda iniziale torna a essere quella più interessante: la crisi di Hormuz è davvero così grave oppure siamo davanti anche a una gigantesca partita di pressione psicologica e politica?

Probabilmente la risposta è nel mezzo.

La crisi è reale. Le difficoltà di navigazione sono reali. Il petrolio costa di più. Le compagnie devono assumersi rischi maggiori. Ma una crisi reale può anche essere utilizzata politicamente. Trump lo sta facendo.

La pressione sull'Iran non passa soltanto dalle armi. Passa dal petrolio, dalle sanzioni e soprattutto dalla capacità di impedire a Teheran di vendere il proprio greggio.

E qui il problema iraniano diventa anche un problema cinese. Perché il principale cliente del petrolio iraniano è Pechino. Quindi Washington può colpire Teheran e, nello stesso tempo, aumentare il costo che Pechino deve sostenere per procurarsi energia. È una leva economica potentissima.
 


 

Il problema è che mentre le grandi potenze cercano di proteggere i propri interessi, l'Europa rischia di trovarsi nella posizione peggiore.

Gli Stati Uniti hanno energia. La Russia ha petrolio e gas. La Cina ha una gigantesca capacità industriale, enormi riserve finanziarie e una rete commerciale globale.

L'Europa ha un grande mercato, una manifattura ancora importante e una tecnologia di livello elevato, ma deve importare una parte fondamentale dell'energia necessaria per alimentare tutto questo. È questa la sua vulnerabilità.

E l'energia cara rischia di trasformarsi in un problema industriale. Perché se un'azienda europea deve pagare significativamente più energia rispetto a un concorrente americano o asiatico, prima o poi dovrà fare una scelta: aumentare i prezzi, ridurre la produzione, tagliare gli investimenti o trasferire parte delle attività altrove.  È così che una crisi energetica diventa lentamente una crisi industriale. E una crisi industriale diventa una crisi sociale.
 


 

Forse è proprio questo l'aspetto più importante della vicenda.

Mentre tutti discutono su quanto durerà la crisi di Hormuz, su quando Trump ordinerà la prossima operazione o su quale sarà la risposta dell'Iran, si sta modificando la geografia economica del mondo.

La Russia guarda sempre più verso l'Asia. La Cina cerca di liberarsi progressivamente dalle proprie dipendenze energetiche. Gli Stati Uniti aumentano il proprio peso come grande produttore ed esportatore di energia. 
E l'Europa cerca di sopravvivere tra queste tre gigantesche forze.
Non c'è bisogno che Washington, Mosca e Pechino siano d'accordo tra loro. Non lo sono. Hanno interessi diversi e spesso incompatibili.

Quando tre grandi potenze perseguono i propri interessi e tutte dispongono di strumenti che l'Europa non possiede, il risultato può essere comunque sfavorevole per Bruxelles.
È questa la vera partita.
 


 

Per questo lo Stretto di Hormuz potrebbe rappresentare qualcosa di molto più importante di una crisi regionale.
Potrebbe essere il simbolo del nuovo ordine economico che sta prendendo forma. Un mondo nel quale l'energia è tornata a essere una vera arma geopolitica.
Un mondo nel quale chi produce petrolio e gas ha un potere enorme.
Un mondo nel quale le grandi potenze utilizzano commercio, sanzioni, tecnologia, materie prime e rotte energetiche per aumentare la propria influenza.

E in questo nuovo mondo l'Europa rischia di avere un ruolo sempre più simile a quello di un grande cliente.
Compra energia dagli Stati Uniti.
Compra materie prime da altri Paesi.
Compra tecnologia.
Compra sistemi d'arma.

E contemporaneamente deve competere con la produzione cinese e affrontare una Russia che ha ormai spostato il proprio baricentro economico verso Oriente.

È una posizione che dovrebbe far riflettere.
Perché forse la domanda non è se Donald Trump stia facendo un grande bluff su Hormuz.

La domanda è un'altra:
quanto a lungo l'Europa può permettersi di essere spettatrice mentre gli altri decidono il prezzo dell'energia, le rotte commerciali e le nuove regole dell'economia mondiale?

Hormuz prima o poi tornerà a essere attraversato dalle petroliere. La crisi, prima o poi, finirà.  Ma il mondo che uscirà da questa crisi potrebbe essere molto diverso da quello che vi è entrato. E il rischio più grande per l'Europa non è che Hormuz rimanga chiuso.
È che, quando tornerà ad aprirsi, l'Europa scopra di essere diventata ancora più dipendente dagli altri.

G.F.




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