Due leader diversissimi per storia, cultura politica e stile, ma accomunati dalla convinzione che la forza, quando viene esercitata senza esitazioni, possa risolvere rapidamente anche i problemi più complessi.
Le guerre che hanno scelto di combattere hanno raccontato, almeno finora, una storia molto diversa.
Putin voleva una vittoria rapida in Ucraina. Trump pensava di poter piegare l'Iran in poche settimane. Il primo si trova ancora dentro una guerra iniziata nel 2022. Il secondo, a sei mesi dall'inizio del conflitto con Teheran, è ancora alle prese con lo Stretto di Hormuz, le sanzioni e una trattativa che non riesce a decollare. L'Associated Press osserva che gli obiettivi americani sono progressivamente cambiati e che la riapertura di Hormuz è diventata una delle principali questioni ancora irrisolte.
Non sono sconfitte militari nel senso tradizionale del termine. Ma sono, per entrambi, brutte figure strategiche e, probabilmente, politiche.
Perché quando un leader costruisce la propria immagine sulla capacità di vincere rapidamente, ogni guerra che si prolunga diventa anche un problema di credibilità.
Il simbolo del fallimento della strategia russa è racchiuso in una formula diventata celebre: i tre giorni.
Putin non pronunciò personalmente la frase secondo cui avrebbe conquistato l'Ucraina in tre giorni. Ma l'idea di una caduta rapidissima di Kyiv era evidentemente incorporata nei piani dell'invasione. Le forze russe arrivarono alle porte della capitale e alcune unità erano state preparate persino per una guerra talmente breve da prevedere una sorta di sfilata a Kyiv. La previsione si rivelò completamente sbagliata.
L'Ucraina non crollò. Kyiv resistette. L'esercito russo fu costretto a ritirarsi dal nord e quella che avrebbe dovuto essere un'operazione rapida si trasformò in una guerra di logoramento.
Il problema di Putin non è quindi che la Russia non abbia ottenuto nulla. Ha conquistato territori, ha mantenuto una notevole capacità militare e continua a rappresentare una potenza in grado di sostenere un conflitto lungo.
Il problema è che la guerra reale è stata molto diversa dalla guerra immaginata dal Cremlino all'inizio dell'invasione.
La Russia non ha ottenuto il rapido collasso dello Stato ucraino. Non ha conquistato Kyiv. Non ha imposto in tempi brevi la propria soluzione politica.
Quattro anni dopo, Mosca combatte ancora.
È difficile immaginare una distanza maggiore tra l'obiettivo iniziale e il risultato ottenuto.
Poi è arrivato Trump. La sua convinzione di poter ottenere rapidamente un risultato decisivo in Iran nasceva dalla stessa concezione della forza: una superiorità militare schiacciante, utilizzata senza esitazioni, avrebbe dovuto mettere Teheran davanti a una scelta semplice: arrendersi oppure affrontare conseguenze ancora più devastanti.
L'offensiva americana ha effettivamente inflitto danni enormi all'apparato militare iraniano. Distruggere obiettivi, però, non significa automaticamente vincere una guerra.
Sei mesi dopo, l'Iran è ancora lì. Il regime non è crollato, la capacità iraniana di colpire gli avversari non è stata completamente eliminata e soprattutto lo Stretto di Hormuz continua a rappresentare un problema strategico enorme.
È qui che la vicenda di Trump diventa quasi paradossale perché il presidente americano ha continuato a raccontare la guerra attraverso dichiarazioni sempre più perentorie.
Hormuz sarebbe stato riaperto. Hormuz sarebbe stato sotto controllo americano. Gli Stati Uniti avrebbero avuto il «total control» dello stretto. E poi Trump si è spinto ancora oltre, arrivando a sostenere che gli Stati Uniti avrebbero potuto tenersi Hormuz e a parlare dello stretto come di un possibile «territorio americano». Una mappa con la scritta «NEW U.S. Territory» è stata persino pubblicata sui social.
Il problema è che la realtà non ha seguito la propaganda.
Il traffico marittimo nello stretto è rimasto drasticamente inferiore ai livelli precedenti alla guerra e le autorità iraniane hanno respinto le dichiarazioni americane sul controllo di Hormuz.
E proprio qui Trump ha commesso un errore che un leader abituato a dominare la comunicazione dovrebbe conoscere bene: ha dato all'avversario le proprie battute da utilizzare contro di lui.
La cosa più significativa non è soltanto che l'Iran abbia contestato le dichiarazioni americane. È il modo in cui lo ha fatto. I vertici iraniani e i pasdaran hanno cominciato a utilizzare le stesse affermazioni di Trump per ridicolizzarlo.
Quando il presidente americano ha detto che gli Stati Uniti avevano il controllo totale di Hormuz, Teheran ha risposto che lo stretto era sotto il controllo e la gestione iraniana. Il portavoce del comando militare iraniano ha definito le affermazioni americane «bugie».
La risposta più pesante è arrivata sul terreno della comunicazione politica.
Un generale dei Guardiani della Rivoluzione ha sostenuto che il ricorso americano alle sanzioni dimostrerebbe proprio il contrario di ciò che Trump sostiene: se gli Stati Uniti avessero davvero risolto militarmente il problema iraniano, non avrebbero bisogno di tornare alla pressione economica. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha accusato Trump di «bullismo».
E a metà agosto, mentre Trump sosteneva di avere canali diretti con i pasdaran, un portavoce delle Guardie della Rivoluzione ha negato che fossero in corso colloqui, definendo le affermazioni del presidente americano frutto di «fantasie» e collegandole alla sua presunta frustrazione per la guerra.
È guerra psicologica, naturalmente. È propaganda. Teheran ha tutto l'interesse a rappresentare Trump come un presidente che minaccia molto e ottiene meno di quanto promette. Proprio per questo la situazione è politicamente imbarazzante per Washington.
Quando il nemico comincia a ridicolizzare pubblicamente le dichiarazioni del presidente americano, la questione non riguarda più soltanto la propaganda iraniana. Riguarda la credibilità della deterrenza.
Trump ha costruito una parte enorme della propria forza politica sull'idea di essere l'uomo che non bluffa.
Se però dici che controlli Hormuz e Hormuz non viene riaperto, l'avversario può accusarti di bluffare.
Se dici che lo stretto potrebbe diventare territorio americano e l'Iran continua a rivendicarne il controllo, l'avversario può trasformare quella dichiarazione in una caricatura. Se annunci una vittoria imminente e sei mesi dopo sei ancora costretto a negoziare, il problema diventa inevitabilmente politico.
Putin e Trump non hanno commesso lo stesso errore militare. Sarebbe una semplificazione. Hanno commesso un errore strategico simile: hanno sottovalutato il tempo necessario per trasformare la superiorità militare in un risultato politico.
Putin ha sottovalutato la capacità di resistenza dell'Ucraina e la disponibilità dell'Occidente a sostenerla. Trump ha sottovalutato la capacità dell'Iran di sopravvivere a una campagna militare devastante, di utilizzare Hormuz come leva strategica e di trasformare il tempo in uno strumento negoziale.
È il vecchio problema di tutte le guerre. Puoi decidere quando iniziare. Non puoi decidere da solo quando finiranno. E soprattutto non puoi stabilire unilateralmente di aver vinto semplicemente perché lo annunci.
Putin e Trump sono riusciti a trasformare quella capacità in una soluzione politica?
Per Putin, la risposta è ancora no. Per Trump, la risposta è ancora no.
La guerra ucraina continua. Quella iraniana è entrata in una fase di stallo e Washington ha progressivamente spostato il proprio obiettivo dalle operazioni militari alla pressione economica. Il 27 agosto Trump ha ribadito che gli Stati Uniti non stanno dialogando con Teheran e che la strategia resta quella della pressione economica. È un passaggio significativo.
Perché quando una guerra iniziata per ottenere rapidamente un risultato militare si trasforma in un lungo confronto economico e diplomatico, significa che la strategia originaria non ha prodotto il risultato sperato.
C'è quindi un'immagine che accomuna Putin e Trump.
Sono entrati nelle rispettive crisi convinti di poter imporre il ritmo degli eventi. Putin pensava di poter decidere la velocità della conquista dell'Ucraina. Trump pensava di poter decidere la velocità della capitolazione iraniana. Entrambi hanno scoperto che l'avversario ha diritto di parola.
E soprattutto ha diritto di resistere.
Putin e Trump hanno dimostrato di saper usare la forza. Adesso devono dimostrare di saperla trasformare in una vittoria. Ed è la parte più difficile.
Staff
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